Lucrezia è una gatta che vive nel giardino della casa editrice. Secondo qualcuno appartiene a uno dei capi, altri sostengono che sia di proprietà dei vicini, qualcuno la tratta come una semplice scocciatura, altri ancora manco sanno che esiste e di loro non ci occuperemo affatto, né ora né mai. Non si ignora Lucrezia. Il vero nome di Lucrezia non lo so, io la chiamo così perché mi ricorda la gatta grassa di Basil l’investigatopo. Ha una pessima reputazione di arrogante mendicacibo e spregevole ammazzascoiattoli, ma a me sta assai simpatica, tanto che l’ho perdonata anche la volta che mi ha dato un morsetto. Cioè, ci siamo tenute il broncio per un giorno e mezzo e poi abbiamo fatto pace, anche se lei faceva finta che non gliene fregava niente. Mi corre incontro a ogni pausa pranzo, pronta a farsi fuori metà del contenuto del mio thermos, e non si tira indietro davanti a nulla: gradisce il pollo come le zucchine, il risotto ai funghi come la pasta con le lenticchie. Finisce la prima porzione e mi fissa leccandosi i baffoni fino a che non sgancio la seconda. È molto bella e lo sa. È una culona e lo sa. Tra poche ore parto, questo è il mio ultimo giorno di lavoro, e per pranzo ho portato hamburger con provola con contorno di zucchine e pomodorini: un hamburger per me e uno per Lucrezia. Ora, probabilmente tra le due sono io quella che emotivamente si espone un po’ di più: Lucrezia non è molto facile ai sentimentalismi. Il suo modo di starmi vicino, altamente gradito, consiste nel gironzolarmi attorno e sdraiarsi al sole mentre me ne sto seduta a leggere su un gradone di pietra, ogni giorno, dall’una alle due. È fatta così, non si mostra ed è un po’ rigida, come me. Però mi sa che la storia dell’hamburger d’addio un po’ l’ha colpita, perché durante il pranzo di oggi canticchiava una canzone tra sé e sé. E la canzone era questa qua:
Messa e ascoltata a tutto volume - nel mio nuovo, caramellissimo lettore Mp3 - all'entrata del mio treno in stazione, per non vedere e per non sentire la tristezza di Firenze Santa Maria Novella, o per vederla e sentirla ma comunque fottermene (come in effetti sono poi riuscita a fare).